L’IA è ingorda? Musk lascia la Terra

L’IA è ingorda? Musk lascia la Terra

Lo sviluppo dell’IA procede a ritmi serrati e ogni settimana vengono presentate nuove evoluzioni. A questa rapidità corrisponde un aumento del fabbisogno di energia elettrica per alimentare i sistemi, di acqua per il raffreddamento degli impianti e di infrastrutture per ospitare gli agglomerati di memorie e processori specializzati. Sono necessità che rischiano di costituire seri vincoli al futuro dell’IA, in quanto si tratta di una evoluzione che non è solo impegnata nel continuo superamento di confini fisici e ingegneristici, ma è anche focalizzata sul trovare soluzioni alla progressiva penuria di risorse naturali. Le reti elettriche non sono in grado di erogare livelli superiori di energia, l’acqua impiegata per il raffreddamento dei data center diventa un bene per il quale le aziende entrano in competizione con le comunità locali, e aumentano i casi in cui le persone si oppongono collettivamente alla realizzazione di impianti sempre più energivori. La proliferazione di SMR (Small Modular Reactor), centrali nucleari private dedicate ai data center, è la cartina di tornasole del grande fabbisogno energetico dell’IA.

Per risolvere queste molteplici criticità, la soluzione offerta da Elon Musk sembra radicale: se sulla Terra mancano spazio, energia e acqua, e la condivisione dell’ambiente con l’uomo è problematica, allora l’opzione alternativa potrebbe essere portare i server fuori dalla Terra.

Dopo aver fuso qualche mese fa due delle sue aziende, incorporando xAI dentro SpaceX (rispettivamente dedite all’Intelligenza Artificiale e ai voli spaziali), Musk ha annunciato una mega-costellazione orbitale chiamata Starmind, con i documenti ufficiali che ipotizzano fino a un milione di satelliti-data center. Perché lassù il Sole non tramonta mai e i suoi raggi arrivano con la massima intensità, non essendo filtrati dall’atmosfera. I satelliti avrebbero il lato esposto alla nostra stella in grado di fornire energia elevata e inesauribile, e il lato in ombra offrirebbe raffreddamento non dipendente dall’acqua, grazie a temperature che oscillano fra -100 e -150 gradi Celsius (ma non ci si lasci ingannare dalle basse temperature, poiché raffreddare nel vuoto rappresenta una vera sfida tecnica). Quindi tutto risolto? No, perché paradossalmente nello spazio non c’è spazio: lontano dalle città e dai loro bagliori, basta perfino scrutare il cielo notturno a occhio nudo per constatare quanti satelliti, che appaiono come punti luminosi, “corrono” sopra le nostre teste. Ma in orbita non ci sono solo satelliti, funzionanti e non, ma anche stadi di razzi usati per decenni per portarli in orbita, due stazioni spaziali, decine di migliaia di oggetti grandi a sufficienza da poter essere tracciati e più di un milione di frammenti troppo piccoli per poterne tenere traccia.

Il rischio drammatico è quello dell’effetto Kessler, in cui il traffico di oggetti in orbita aumenta al punto da rendere inevitabile una reazione a catena, generando collisioni che genererebbero nuovi detriti, e aumentando così le probabilità di ulteriori collisioni. La conseguenza è che fasce orbitali finirebbero addirittura per essere inutilizzabili per decenni, poiché sature di immondizia orbitante.

Naturalmente di problemi da superare ce ne sono molti altri. Riuscirà Musk a risolvere tutte le problematiche ingegneristiche collegate a questa sfida? Davvero la fame di risorse dell’IA è tale da farci abbandonare la Terra? Staremo a vedere. Intanto l’entusiasmo per lo spazio ha portato SpaceX, con debutto in borsa il 12 giugno di quest’anno, a una capitalizzazione di 2,1 bilioni di dollari in pochi giorni (bilioni… e non trilioni, come si sente spessissimo dire facendo confusione con l’inglese).

L’IA orbiterà sulle nostre teste? È una scommessa che vale 2.100.000.000.000 di dollari.

Valerio Davide Franchi