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L’apostrofo della cultura e della libertà
“Un bacio, tutto sommato, che cos’è? Un apostrofo rosa tra le parole t’amo” scriveva Edmond Rostand nel Cyrano de Bergerac. L’apostrofo è un segno che elide una vocale, trasformato dal poeta e drammaturgo francese in un gesto che unisce idealmente il sentimento tra due persone. Ma nel nostro caso il titolo del Programma 2026/27 dell’Università Primo Levi passa da distruzione a d’istruzione. L’apostrofo diventa un cambio di significato, trasforma un sostantivo che accompagna in modo devastante il nostro tempo a un altro, quello per cui esistiamo, in cui crediamo profondamente, quello che ci consentirà di uscire o almeno di sopravvivere a questa folle situazione geopolitica che attanaglia il mondo. I libri sono le nostre armi, i quadri, le sculture, la musica, la storia, la filosofia, la letteratura, le lingue, le scienze, il vivere la nostra esistenza all’insegna della curiosità, dell’approfondimento, del conoscere, della cultura. Sono armi anche queste, inoffensive ma fondamentali, per essere veramente liberi, e forse per questo, non a caso, la Storia ci insegna che tutti i regimi totalitari distruggono la cultura, la camuffano, ne abusano trasformandola in propaganda, modificandone a proprio vantaggio il fine ultimo: conoscere. Perché conoscere è pericoloso per chi decide il destino altrui per fini e scopi personali, potrebbe far capire tante cose, trasformare la menzogna in realtà e viceversa. D’istruzione si occupa l’Università Primo Levi, perché crediamo che le uniche vie percorribili per cambiare un futuro già scritto e deciso da altri siano il sapere, la conoscenza, a volte anche la scoperta.
Gli apostrofi sono dei piccoli segni, basta inserirli nella parola giusta per modificarne il significato. In altri casi, come all’armi e allarmi, i termini restano tristemente simili. In fondo, una bomba è un apostrofo nero tra le parole t’odio, preferiamo quello rosa di Rostand.
Uberto Martinelli
